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Il ritratto di Dorian Gray

IL RITRATTO DI DORIAN GRAY 

di Oscar Wilde

DG

foto Fulvio Michelazzi

Drammaturgia e regia Annig Raimondi
Con Maria Eugenia D’Aquino, Riccardo Magherini, Annig Raimondi
Musiche di Wagner, Kusturica e Bregović  - Scene e luci Fulvio Michelazzi
costumi Nir Lagziel
Assistente alla regia: Carmen Chimienti
Produzione PACTA . dei Teatri


Spettacolo inserito nell’abbonamento Invito a teatro

Quella di Dorian Gray e del suo ritratto è un’ambigua storia di muta- zioni, delitti e magie. Dorian è un giovane bellissimo che fa della sua bellezza un culto narcisistico e insano. È uno spirito puro e irrequieto, alla ricerca continua di qualcosa di nuovo che possa appagare la sua sensibilità (‘Di lui si sarebbe potuto fare tutto: un Titano o un burattino’ dice l’amico Lord Henry che orienta i suoi primi passi). Colpito dalla bellezza della sua stessa immagine riprodotta nel ritratto del pittore Basil, Dorian lancia una fatale preghiera: restare per sempre giovane e bello. Viene esaudito e, perseguendo un modello di vita ‘inimitabile’, cerca sfrenatamente il piacere e viola le norme della morale comune. Sarà l’immagine dipinta a portare il segno del progressivo degrado della sua coscienza e gli ricorderà la menzogna della propria vita.

Il narcisismo è il grande soggetto di questa favola horror. Una vita consacrata alla Bellezza, tanto lusso, tante opere d’arte, nascondono solo impostura e marciume? Cos’è l’Uomo senza la sua Anima e senza la sua Arte? La disarmonia tra la vita che conduce, quei suoi piaceri così materiali, e la vita che sogna, dovrà portare ineluttabilmente alla depravazione e all’oscuro delirio finale.

In questa messa in scena, Wilde offre il suo sostegno invisibile, una figura che sembra camminare al fianco dei tre personaggi, misteriosi custodi, le cui vite sono indissolubilmente legate a quel ritratto. Queste presenze ambigue raccolgono la corporatura frantumata di un Wilde in ginocchio, per ridare vita e vigore alla storia di un uomo ribelle e dei suoi sogni.

Scrisse Oscar Wilde: ‘Lord Henry è come la gente pensa che io sia, Basil è come sono, Dorian Gray è come vorrei essere. È come vorrei essere in altri tempi, forse”, lì dove Wilde rivendicava per la sua vita e la sua opera libertà di espressione e di esistenza.                                                    Annig Raimondi

 

OSCAR WILDE

Articolo di James Joyce sul “Piccolo della Sera” di Trieste (24 marzo 1909) e scritto in italiano dall’autore

 

...questo non è il luogo di indagare lo strano problema della vita di Oscar Wilde né di determinare fino a che punto l’atavismo e la forma epilettoide della sua nevrosi possano scagionarlo di ciò che a lui si imputò. Innocente o colpevole che fosse delle accuse mossegli era indubbiamente un capro espiatorio. La sua maggior colpa era quella di aver provocato uno scandalo in Inghilterra. (…) Le lettere di Wilde ai suoi amici furono lette dinanzi alla Corte e il loro autore venne denunziato come un degenerato ossessionato da pervertimenti erotici. “Il tempo guerreggia contro di te; è geloso dei tuoi gigli e delle tue rose.” Ma la verità è che Wilde, lungi dall’essere un mostro di pervertimento sorto in modo inesplicabile nel mezzo della civiltà moderna d’Inghilterra, è il prodotto logico e necessario del sistema collegiale e universitario anglosassone, sistema di reclusione e di segretezza. L’incolpazione del popolo procedeva da molte cause complicate; ma non era la reazione semplice di una coscienza pura, senza macchia. L’autodifesa di Oscar Wilde nello “Scots Observer” deve ritenersi valida dinanzi alla sbarra della critica spassionata. Ognuno, scrisse, vede il proprio peccato in Dorian Gray. Quale fu il peccato di Dorian nessuno lo dice e nessuno lo sa. Chi lo scopre l’ha commesso. qui tocchiamo il centro motore dell’arte di Wilde: il peccato. Si illuse credendosi il portatore della buona novella di un neo- paganesimo alle genti travagliate. Mise tutte le sue qualità caratteristiche, le qualità (forse) della sua razza, l’arguzia, l’impulso generoso, l’intelletto asessuale, al servizio di una teoria del bello che doveva secondo lui ripor- tare l’evo d’oro e la gioia della gioventù del mondo. Ma in fondo in fondo se qualche verità si stacca dalle sue interpretazioni soggettive di Aristotele, dal suo pensiero irrequieto che procede per sofismi e non per sillogismi, dalle sue assimilazioni di altre nature aliene dalla sua come quelle del delinquente e dell’umile, è questa verità inerente nell’anima del cattolicesimo: che l’uomo non può arrivare al cuor divino se non attraverso quel senso di separazione e di perdita che si chiama peccato.