Beatrice Cenci
Alberto Moravia
BEATRICE CENCI
di Alberto Moravia
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Progetto Moravia - La vecchia e la nuova società si raccontano
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progetto e regia Annig Raimondi
con Massimo Loreto, Antonio Rosti, Vladimir Todisco Grande, Annig Raimondi, Maria Eugenia D’Aquino
musiche originali Maurizio Pisati – scene Ernesto Jannini
luci Fulvio Michelazzi - assistente regia Serena Marrone
produzione PACTA . dei Teatri / CETEC
“BEATRICE CENCI” è il primo testo teatrale di Moravia scritto direttamente in forma drammatica, senza cioè passare dalla riduzione di un precedente materiale narrativo.
L’argomento risale ad una vicenda di cronaca vera dell’Italia del ‘500.
Correva l’anno 1599, in una Roma giunta all’apice dello splendore, grazie ai papi mecenati che avevano reclutato i più grandi artisti per rendere splendida la città eterna, si celebrò uno dei processi più famosi della storia. Protagonista della vicenda fu una giovane romana, Beatrice Cenci, la cui figura, narrata da grandi scrittori, tra cui Stendhal, e storici e immortalata nel celebre dipinto attribuito a Guido Reni, ha oltrepassato la storia per entrare a far parte della leggenda.
I fatti riportati da Moravia risalgono a prima del processo, presso la rocca di famiglia di Petrella Salto, in territorio abruzzese e narrano delle riflessioni nonché degli accadimenti che portarono al parricidio.
Francesco Cenci, padre di Beatrice e di quattro figli maschi, proprietario di numerosi latifondi nell’Agro Romano e di un ricco patrimonio accumulato in gran parte illecitamente e sperperato tra debiti e pagamento di accuse di reati, era un uomo brutale e violento .In seconde nozze Francesco aveva sposato una Lucrezia Petroni Velli, una vedova. Segregate prima nel palazzo romano e poi nella Rocca di Petrella, Beatrice e Lucrezia conducono una vita di stenti e di privazioni e Beatrice, obbligata a carcerarsi, sogna una vita sfarzosa. Alla rocca può contare solo sull’aiuto del castellano Olimpio Calvetti, innamorato di lei, e di un contadino scelto come intrattenitore, Marzio Catalano.
Francesco Cenci, particolarmente oppresso dalla noia, raggiunge le donne nella Rocca di Petrella; gli piace impersonare il vizio e l’innocenza. Beatrice, con la complicità del suo amante Olimpo, il 9 settembre 1958 uccide Francesco. Ma quell’amore nato dentro tanto odio non supera il giorno dell’omicidio. Così Olimpo fugge mentre, alla Rocca di Petrella, arriva la giustizia per indagare…
L’ampia documentazione pervenuta deriva dagli atti del processo per parricidio che riportano, fra l’altro, che Marzio Catalano fu il primo a confessare di avere partecipato al delitto e diede la sua versione dei fatti dichiarando ai giudici che, a causa delle vessazioni che subiva, Beatrice gli aveva chiesto di trovare qualcuno disposto ad uccidere il padre. Dopo atroci torture, anche gli altri furono costretti a confessare.
Beatrice fu dichiarata colpevole e condannata alla decapitazione.
La leggenda vuole che ogni anno, l’11 settembre, giorno in cui fu decapitata, il fantasma di Beatrice aleggi proprio nei luoghi in cui fu giustiziata; leggenda o meno, il mito di Beatrice resta, perché simbolo in generale per tutti gli uomini che si oppongono alle sopraffazioni, in particolare per le donne, che si ribellano alla violenza e ai soprusi, in ri/conquista della libertà e della dignità personale.
La novità del testo di Moravia è che questi personaggi, nati da una potente urgenza passionale, si presentano qui presi da un principio di riflessione e si immergono in uno dei più affascinanti enigmi della storia: chiedersi con gli occhi di oggi, la ragione dell’episodio ‘sconvolgente’ di ieri.